Musica & cartografia — World Song Map
Geografie sonore:
una mappa del mondo fatta di canzoni
Ascolta la World Song Map su Spotify — oltre 76 ore di musica.
C'è una mappa del mondo che non si consulta per orientarsi, ma per smarrirsi. Non indica strade né capitali, non misura distanze in chilometri né traccia confini secondo trattati. Eppure, a guardarla con attenzione, ogni suo punto coincide con un luogo reale — un luogo che qualcuno, in un momento preciso della propria vita, ha sentito il bisogno di nominare in una canzone.
Si chiama World Song Map ed è un'opera dello studio londinese Dorothy, specializzato in quella rara categoria di oggetti che stanno a metà tra l'infografica e il poster d'artista, tra la ricerca e il gioco. L'idea di fondo è tanto semplice quanto vertiginosa: costruire una carta murale del mondo in cui continenti, paesi, città, oceani, fiumi e monumenti siano composti interamente dai titoli di canzoni. Più di milleduecento, nella versione attuale — e il numero è destinato a crescere, perché la mappa è dichiaratamente open edition, in continua espansione.
Il risultato visivo è quello di una vecchia carta geografica scolastica, del tipo che negli anni Cinquanta campeggiava sulle pareti delle aule: bordi decorativi, caratteri tipografici d'epoca, una palette di colori che sa di stampa tipografica e di atlanti ingialliti. Ma a leggere più da vicino, ogni topònimo è una canzone, ogni linea costiera un verso, ogni montagna un titolo che qualcuno conosce a memoria.







Il catalogo è volutamente enciclopedico e trasversale. Ci sono i classici ovvi, quelli che chiunque riconoscerebbe: Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen a segnare l'America, Back in the U.S.S.R. dei Beatles a est, Anarchy in the U.K. dei Sex Pistols a ovest, China Girl di David Bowie, New York, New York di Frank Sinatra a battezzare la metropoli più cantata della storia. Ma è negli strati più profondi della mappa — nei titoli che si leggono solo avvicinandosi, nelle scelte più oblique e personali — che si rivela la vera ambizione del progetto.
Dorothy ha disseminato la carta di classici di culto e di preferiti personali che raccontano un gusto preciso, non condiscendente verso il grande pubblico ma neanche compiaciuto nell'oscurità. Trans Europe Express dei Kraftwerk attraversa il continente con la sua pulsazione fredda e meccanica; London Calling dei Clash grida dalle rive del Tamigi; Town Called Malice dei Jam risuona nell'Inghilterra operaia; Hong Kong Garden dei Siouxsie and the Banshees porta l'esotico nell'immaginario post-punk. E poi ancora: No Sleep till Brooklyn dei Beastie Boys, Fake Tales of San Francisco degli Arctic Monkeys, Hit the North dei Fall, Afrika Shox dei Leftfield. Una geografia emotiva tanto precisa quanto qualsiasi meridiano.
C'è qualcosa di profondamente vero nell'operazione di Dorothy. Le canzoni — forse più di qualsiasi altro linguaggio — hanno sempre avuto la capacità di trasformare i luoghi in miti, di rendere un quartiere di Brooklyn o una città dell'Etiopia più reali nell'immaginario collettivo di quanto non siano nelle guide turistiche. Radio Ethiopia di Patti Smith e Radio Free Europe dei R.E.M. non descrivono quei luoghi: li evocano, li abitano, li caricano di una risonanza che nessuna enciclopedia potrebbe restituire. La mappa di Dorothy lavora esattamente su questo piano: non sulla geografia come scienza, ma sulla geografia come sentimento.
Appesa a una parete, la World Song Map funziona come un jukebox visivo. Ci si avvicina, si riconosce un titolo, se ne cerca un altro. Si scopre che Streets of Philadelphia è lì dove deve essere, che Vienna degli Ultravox occupa il suo posto nel cuore dell'Europa, che qualcuno ha avuto il buon gusto di includere un brano che si pensava di essere i soli a conoscere. È un oggetto che invita alla conversazione, alla discussione, al disaccordo affettuoso tra chi la osserva insieme.
La playlist che accompagna la mappa è la versione sonora di quel viaggio visivo: oltre settantasei ore di musica, un itinerario che abbraccia decenni e generi senza soluzioni di continuità. Si può ascoltare dall'inizio, oppure lasciarsi trascinare dal caso, come quando si gira un mappamondo e ci si ferma su un punto a caso puntando il dito. In entrambi i casi, si arriva sempre da qualche parte.
Se volete portarla a casa — e appenderla dove meriti di stare — la trovate sul sito di Dorothy.




